mercoledì 15 marzo 2017

La fotografia post mortem

Nel corso dell'Ottocento, in alcuni casi sino alla metà del Novecento, lo strumento fotografico è stato adoperato per ritrarre persone morte.
Molti studi fotografici offrivano il servizio della fotografia post mortem come oggi, i vari fotografi, offrono i servizi legati ad altri momenti della vita (cerimonie, matrimoni, battesimi ecc.). Sarà capitato a tutti di imbattersi in “strane” foto d'epoca (soprattutto sul web) che ritraggono persone apparentemente dormienti, soggetti distesi su letti di morte o bare, defunti attorniati dalla loro famiglia, bambini morti in braccio alle loro madri.
Subito, percepiamo disagio davanti a queste immagini che ci provengono da un'epoca lontana.
Ci disturbano e ci obbligano a porci delle domande.

Il rapporto che l'uomo ha con la sua morte è sempre un rapporto difficile. E allora perché fotografare un momento così spaventoso, complicato e doloroso?
Perché si aveva l'esigenza di immortalare uno dei momenti più temuti della vita umana? Perché queste foto risultano essere, per molti, sconvolgenti e senza significato? Stiamo parlando di cattivo gusto macabro o di qualcosa di più? A queste domande proviamo a dare delle risposte.

Andiamo con Ordine.

In passato le culture e le società erano molto diverse dalla nostra. In particolare l'Ottocento è stato l'ultimo periodo storico in cui l'uomo è riuscito a creare rituali funebri e a organizzare la società in modo da avere strumenti adatti ad accompagnare il periodo della perdita e quello del lutto.
La fotografia post mortem  rientra tra questi rituali.

Infatti, tale pratica, non deve essere intesa come un'usanza macabra e di cattivo gusto ma come un vero e proprio rituale sociale e condiviso.

Ritraendo il defunto in maniera tranquilla, come se stesse ancora vivendo, molto spesso seduto su una poltrona o intento a leggere un libro, era un modo per dare alla morte una parvenza serena e quindi accettabile.

Inoltre, dobbiamo sempre tenere a mente che lo strumento fotografico non era posseduto da tutti. Oggi siamo abituati a scattare milioni di foto grazie ai vari dispositivi che ci consentono di immortalare qualsiasi momento della nostra vita che noi decidiamo di ricordare. Nell'Ottocento  non era così e quindi la fotografia acquistava tutto un altro valore. Posare davanti all'obiettivo, per la maggior parte delle persone, non era una pratica quotidiana.  Per questo, la fotografia post mortem, molto spesso, costituiva l'unica immagine di un individuo (soprattutto per i bambini).

I bambini, infatti, sono i soggetti più ritratti all'interno di questo tipo di fotografie. Per spiegarci questo fatto, dobbiamo tenere in considerazione l'alta mortalità infantile che decimava le giovani vite dell'Ottocento.
Le famiglie erano composte da molti bambini e non era scontato che tutti raggiungessero la maggiore età. Per questo la morte in età infantile non era così rara come oggi e anzi ere un evento quasi quotidiano e non straordinario.
Se la morte dell'infante sopraggiungeva troppo presto, per la famiglia l'unico modo di avere una testimonianza del suo passaggio era proprio quello di immortalarlo nella fotografia.

I defunti venivano immortalati per essere ricordati, per addolcire l'immagine della morte che inevitabilmente fa parte della vita, per testimoniare il loro passaggio all'interno della famiglia, per cercare di preservarne la memoria e l'immortalità dell'anima.
A riguardo Mirko Orlando ha scritto due interessantissimi saggi che consiglio caldamente a tutti coloro che voglio approfondire il discorso. ( Ripartire dagli addii. Uno studio sulla fotografia post mortem. MJM 2010 e Fotografia post mortem, Lit, 2013).

Analizzando questi  pochi elementi qui esposti, notiamo come la fotografia post mortem acquista tutt'altro significato.
Essa, infatti, è un vero e proprio strumento nelle mani dei superstiti che concede loro un'immagine duratura del defunto in grado di alleviare il dolore della la perdita, dando la possibilità di sentire vicino l'estinto e conservarne la  memoria.

La pratica della fotografia post mortem sembra essere caduta in disuso a causa del nuovo modo di intendere la morte tipico della nostra contemporaneità. Oggi preferiamo nascondere , allontanare da noi alcune immagini. Sembra strano ma vedere la morte rappresentata in maniera cosi serena e familiare ci risulta essere straniante. Siamo abituati a morti violente! I giornali ne descrivono milioni ogni giorno! La morte vissuta nella familiarità e nella sofferta tranquillità e vicinanza ci spaventa!

Per questo, però, non dobbiamo considerare la pratica della fotografia post mortem del tutto scomparsa. Anzi  è una pratica ancora usata ma nascosta, tenuta come un segreto per paura di pregiudizi e critiche. In ambito artistico alcuni cicli di fotografie post mortem sono diventati degli strumenti per aiutare i superstiti. Una ripresa che ha un forte valore simbolico!

La fotografia post mortem, in conclusione, deve essere intesa come un rituale valido per l'elaborazione del lutto, uno strumento che può aiutare ad alleviare l'estremo dolore che la perdita di una persona amata, inevitabilmente, procura.

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